
Collocata ai piedi dell'Appennino, presenta
un gradevole mix turistico di storia, arte, folklore,
monumentalità, naturalismo, gastronomia.
Fra i notissimi centri della Toscana,
Pistoia mostra elementi
di originale caratterizzazione e val bene una visita.
Non a caso è stata autorevolmente definita "centro
d'arte minore"; laddove l'aggettivo non vuol rappresentare
una diminuzione, ma significa che la città non
può essere visitata e pienamente compresa nel suo
specifico anche con una visita non lunga.
Cattedrale
di San Zeno:
La ecclesia SS. Zenonis, Rufini et Felicis è menzionata
per la prima volta in un atto notarile stilato nel settembre
del 923, ma una chiesa cattedrale doveva esistere a
Pistoia almeno fin dal V secolo.
E'
documentato, infatti, che già in questo periodo
la chiesa cittadina fosse autonoma e posta sotto la guida
di un proprio vescovo. Secondo la tradizione, l'edificio
altomedievale sarebbe stato intitolato a San Martino,
vescovo di Tours, morto nel 397, e, successivamente, sotto
la dominazione longobarda, esso venne intitolato a San
Zeno, santo assai amato da questa popolazione.

A questo
Santo si aggiunsero anche i Santi Felice, Ruffino e Proculo
come contitolari della chiesa. Della cattedrale paleocristiana
non è a tutt'oggi nota l'originaria ubicazione;
studi recenti (N. Rauty, 1987) non escludono l'ipotesi,
già in parte sostenuta dalla tradizione storica
più antica, di una chiesa episcopale situata sul
luogo occupato poi dalla pieve di Sant'Andrea; ma non
si scarta neppure la congettura che la cattedrale possa
essere stata costruita in un primo tempo nell'area dove
ora sorge il complesso monastico di San Pier Maggiore.
Il Duomo, accanto al quale si erge il
bellissimo campanile, venne comunque completamente rinnovato
ai primi del XII secolo, anche se poi fu oggetto di una
serie quasi ininterrotta di interventi, che si verificarono
soprattutto tra Cinque e Seicento e, più recentemente,
dal 1836 al 1839. Nondimeno, un restauro generale della
chiesa, attuato tra il 1952 e il 1966 a cura della Soprintendenza
ai Monumenti, ha riportato l'interno del monumento, per
quanto possibile, all'aspetto conferitogli nel XII secolo.
In stile romanico, l'imponente edificio consta di tre
navate suddivise da colonne, presbiterio rialzato e cripta
sottostante. La copertura è a capriate lignee,
con decorazione policroma trecentesca, nella navata centrale,
mentre è costituita da volte nelle due navate minori
L'antica struttura triabsidata risulta sostituita, fra
il 1598 e il 1614, da un'ampia tribuna sormontata da cupola
e da due cappelle laterali. La grandiosa tribuna barocca
fu progettata e costruita dall'architetto pistoiese Jacopo
Lafri. Gli affreschi che ne decorano le volte e le pareti
sono di Domenico Cresti, detto il Passignano (1602), e
di Pietro Sorri (1603), mentre i tre dipinti su tavola
che completano il ciclo si devono rispettivamente a Cristofano
Allori (la Resurrezione; 1610), a Gregorio Pagani (la
Pentecoste; 1602/1603), a Benedetto Veli ( l'Ascensione;
1600/1603).

Il prospetto della cattedrale costruito in origine sul
modello delle facciate di altri edifici romanici pistoiesi
della stessa epoca, quali il San Bartolomeo e il Sant'Andrea,
ha subito nel corso dei secoli le aggiunte che gli conferiscono
l'aspetto attuale. Il portico fu costruito nel XIV secolo
e completato verso la metà del XV secolo; il portico
è comunque già sostanzialmente compiuto
nel 1505, quando nell'intradosso della volta centrale
vengono applicati i lacunari invetriati di Andrea della
Robbia, e nella lunetta del portale sottostante la terracotta
con la Madonna col Bambino, opera dello stesso Andrea.
La fiancata nord ha conservato, invece, la forma originale
con le sue arcate cieche sorrette da paraste, includenti
rombi a incasso. Degne di nota sono anche le due statue
marmoree dei Santi patroni, San Jacopo apostolo, a destra
di chi guarda, e San Zeno vescovo, a sinistra, poste sulle
due estremità della cuspide, scolpite rispettivamente
da Andrea Vaccà (1721) e da Jacopo di Mazzeo (1336
ca.)
Chiesa di San Bartolomeo in Pantano
L'esistenza della chiesa è documentata
fin dal 746. La sua fondazione deve essere fatta risalire
a dopo il 726 anno in cui Gaidoaldo, archiatra dei re
Desiderio e Adelchi, compra campi e case vicino al torrente
Brana per poterci edificare un monastero. Oltre alla chiesa
e al monastero i documenti ci informano che annesso a
questi edifici si trovava anche un ospizio, e non lontano
un altro monastero più antico dedicato a San Silvestro
che successivamente fu unito a quello di San Bartolomeo.
Nel 1159 la chiesa venne ricostruita con lo stesso orientamento
ma con dimensioni maggiori rispetto alla precedente, venne
suddivisa in tre navate e fu dotata dell'abside a due
ordini di monofore. Essa rimaneva ancora esclusa dalla
cerchia delle mura, bisogna infatti aspettare il 1240
perchè sia inglobata nelle nuove fortificazioni.
In origine l'abbazia fu occupata da monaci benedettini,
i quali rimasero fino al 1443 allor quando il papa Eugenio
IV decise di sostituirli a causa di una loro diminuzione
con quelli dell'ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino
della Congregazione Lateranense. Durante il periodo di
permanenza di questi monaci la chiesa subì, nel
XVII secolo, vari interventi di trasformazione che consistettero
nell'imbiancare le pareti, nell'innalzare gli altari laterali
e quello maggiore ed infine nel voltare la navata centrale.
I Lateranensi vissero in questi locali fino al 1778 anno
in cui il granduca Pietro Leopoldo decretò la soppressione
del convento. Nel 1779 però l'abbazia venne richiesta
allo stesso granduca dai monaci vallombrosiani della chiesa
di San Michele in Forcole. Essi vi si trasferirono per
rimanervi però solamente fino al 1810 quando furono
soppressi in seguito alla dominazione napoleonica. Da
allora la chiesa ricoprì solo la funzione di parrocchia
come avviene oggi.
La chiesa sorge molto più in basso del livello
pavimentale della piazza circostante. Essa venne edificata
con l'impiego di conci di pietra squadrati e marmi bianchi
e verdi tutti presenti nella facciata. Sul lato sinistro
della chiesa sorge la torre campanaria che presenta una
forma irregolare. La parte terminale di mattoni è
stata costruita sui resti di una precedente torre di conci
di pietra probabilmente distrutta o dai terremoti degli
anni 1292 o 1298 o durante l'assedio dei fiorentini nel
1305.
L'interno della chiesa è a tre navate con copertura
a volte a crociera nelle laterali e a capriate nella centrale.
Quest'ultima fu riportata in luce nel 1864 quando si dovette
procedere alla eliminazione della muratura che la copriva
perchè pericolante. Le colonne che dividono le
navate hanno capitelli romanici scolpiti con figure zoomorfe,
antropomorfe e fitomorfe che risentono dell'influenza
dell'arte pisana. Le forme romaniche che oggi vediamo
essere proprie della chiesa si devono ad un complesso
lavoro di restauro compiuto nel decennio 1951-1961, il
quale ha permesso il recupero del pavimento di coccio
pesto, la riapertura delle finestre romaniche, l'asportazione
degli altari laterali e il recupero di parte degli affreschi
tra cui quello del catino absidale. Allo stesso tempo
è stato distrutto il coro e smontato il bell'altare
barocco del 1669, ora sostituito da quello proveniente
da San Pier Maggiore del 1278. Questa operazione fu compiuta
per rendere visibile l'abside romanica a due ordini di
tre monofore, la quale risulta essere una caratteristica
delle chiese lucchesi e risponde all'esigenza di equilibrare
le aperture della parte muraria con l'altezza dell'architettura.
La facciata è suddivisa in due parti. Nella parte
inferiore sono addossate alla parete una serie di quattro
colonne e due lesene angolari che fungono da sostegno
a sei arcate cieche. Queste hanno gli archivolti decorati
da una fascia di marmi bianchi e verdi che è isolata
dall'estradosso da una cornice sporgente scolpita a foglie
di acanto. La stessa decorazione è ripetuta anche
sopra i tre portali d'ingresso. Quello principale si differenzia
per avere un architrave lavorata a bassorilievo su cui
sono appoggiati due leoni affrontati che trattengono tra
le zampe un uomo e un uccello. Quest'ultimo motivo viene
ripetuto anche sulle cantonate differenziandosi solo in
un caso dall'animale atterrato. Le due arcate centrali
hanno all'interno una losanga degradante con al centro
un intarsio, mentre le altre presentano al posto di queste
un occhio con cornice ad ovuli. La parte superiore della
facciata è in mattoni. Il corpo centrale ha nel
mezzo una finestra dal profilo irregolare murata, coronamento
a timpano e due lesene angolari. Quest'ultime si raccordano
alle pareti laterali attraverso due ali degradanti verso
l'esterno sulla cui sommità sono poggiati due vasi
in terracotta.
La facciata è stata eseguita in due fasi successive.
La prima risale alla costruzione della chiesa e presenta
influssi dell'arte romanica pisana come nell'impiego di
rombi gradualmente decrescenti verso il centro e decorati
nel mezzo da formelle intarsiate. Alla stessa origine
sono da collegare: i capitelli delle due colonne centrali,
che mostrano due aquile angolari al posto delle tipiche
foglie di acanto e sono presenti nella stessa forma anche
all'interno della chiesa, e l'impiego dell'architrave
istoriata che non si trova in questo periodo in altre
città se non a Pisa. La cromia di cui sono ricche
gli esterni delle chiese pistoiesi è un caratteristica
della città ed è anche un elemento di differenziazione
tra le architetture religiose cittadine e quelle del suo
territorio. La parte più alta della facciata, invece,
è il completamento di quella romanica che venne
innalzato nel Settecento. La facciata di San Bartolomeo
richiama quella di Sant'Andrea dalla quale si differenzia
per qualche particolare come i due occhi al posto di riquadri
degradanti, l'arcata centrale del portone principale più
alta rispetto alle altre e infine i due leoni angolari.
Chiesa di San Francesco
La costruzione della chiesa ebbe inizio nel 1289.
Essa fu eretta nello stesso luogo su cui sorgeva Santa
Maria Maddalena al Prato, che nel 1248 era stata ceduta
ai frati francescani dai canonici della cattedrale. I
lavori ebbero inizio dal lato ovest, procedettero verso
il transetto, poi si spostarono all'abside, e per ultimo
interessarono i lati est e nord. Il nuovo edificio fu
terminato molti anni dopo, ma già dal 1348 esso
poteva rispondere alle esigenze della comunità,
tanto da permettere la distruzione della vecchia chiesa.
Agli stessi anni risale la costruzione della sacrestia
e del convento. La prima era già terminata nella
muratura a partire dal 1348, mentre l'intonacatura non
fu eseguita prima del 1386, e la decorazione pittorica,
commissionata dalla famiglia Taviani, non è documentata.
Il convento si estendeva lungo il lato ovest della chiesa
dove era stato addossato il chiostro grande, sul quale
si affacciavano la sala capitolare, un altro ambiente
forse il refettorio e, al piano superiore, le celle dei
frati. Solo il lato sud del chiostro conserva però
caratteri trecenteschi, soprattutto nella facciata del
capitolo, che fu cominciato nel 1343 e la cui decorazione
pittorica venne disposta nel 1386 per volere testamentario
di Lippa di Lapo Vergolesi, moglie di Giovanni de' Rossi
- le armi sulla facciata del capitolo appartengono a queste
due famiglie. Nel Quattrocento al convento vennero aggiunti
altri ambienti: un chiostro di servizio, la camera del
ministro e un nuovo refettorio. Nel Seicento il chiostro
grande fu soggetto a lavori di ristrutturazione e in questa
occasione furono affrescate le lunette con Storie di San
Francesco e di Sant'Antonio da Padova, che già
alla fine dell'Ottocento vertevano in condizioni precarie
a causa delle infiltrazioni d'acqua ed oggi sono per la
maggior parte distrutte.
La chiesa presenta esternamente una muratura non omogenea.
Si possono infatti identificare tre diversi tipi di tessuto
strutturale circoscritti a tre diverse zone: pietre di
alberese per il fianco rivolto verso la città,
per la facciata e per gli angoli del transetto; pietre
di fiume disposte 'a filaretto' per i timpani a vela e
il transetto; e infine una tecnica di muratura caotica
per la parte absidale. La facciata fu completata solo
fino all'altezza del portale e rivestita da travertino
bianco e da verde di Prato che riproducono i colori caratteristici
delle facciate delle chiese romaniche di
Pistoia. Essa
venne restaurata nel XVI secolo: a questo periodo potrebbe
risalire un suo intero rimaneggiamento nel quale non fu
risparmiato neppure il portale. La facciata fu ultimata
solamente nel Settecento con l'affresco della lunetta
raffigurante Madonna col Bambino e Santi dipinto nel 1717
da Giacomo Tais, oggi staccato.
L'interno della chiesa - ad un'unica navata con copertura
a capriate - riflette l'influenza dell'architettura gotica
cistercense anche se in forma notevolmente semplificata.
Il transetto e le sue cappelle - quattro minori e una
maggiore - hanno volte a crociera e costoloni diversamente
evidenziati: nel primo da mattoni, nelle seconde da pitture
murali. Le cappelle si aprono sul transetto attraverso
alti archi ogivali che insistono su pilastri con capitelli
decorati. Alle pareti della navata sono addossati altari
in pietra eretti dalle famiglie nobili pistoiesi durante
un arco di tempo di cento anni a cominciare dal 1581 (altare
Arrighi). La decorazione ad affresco della chiesa, iniziata
molto prima del completamento della costruzione - come
dimostra il grande Crocifisso posto sulla testata del
transetto destro e ritrovato sotto ad altri affreschi
ora staccati - venne coperta dalle pale d'altare, imbiancata
e distrutta durante questi lavori di ristrutturazione.
A partire dalla fine dell'Ottocento essa è stata
parzialmente recuperata.
Il convento venne abitato fino al 1808 dai francescani,
che lo abbandonarono in seguito alle soppressioni del
governo napoleonico. I frati tornarono ad abitarlo a partire
dal 1819, ma nel 1866 furono nuovamente allontanati e
gli edifici passarono al Comune. Dal 1926 stato
restituito a una comunità di frati conventuali.
Basilica della Madonna dell'Umiltà
La basilica della Madonna dell'Umiltà
fu fondata nel 1495 su progetto di Giuliano da Sangallo
(Firenze 1445 ca. - ivi 1516), al quale era stato dato
l'incarico di costruire un edificio più adatto
all'immagine miracolosa della Madonna affrescata su una
parete della vecchia chiesa di Santa Maria Forisportam.
I lavori procedettero con una certa celerità sotto
la direzione di Ventura Vitoni fino
al 1513: a questa data la chiesa aveva già completati
il vestibolo e l'ottagono fino al primo ordine delle cappelle.
Da allora e fino alla morte del Vitoni, la costruzione
dell'edificio mostra segni di stallo fermandosi al secondo
ordine della tribuna. Solo a partire dal 1561 i lavori
riprenderanno e saranno ultimati sotto la direzione dell'architetto
granducale Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574)
per diretto interessamento, anche economico, di Cosimo
I, il quale dal 1567 dispone che l'Ospedale del Ceppo
e la Sapienza di
Pistoia si accollino gli oneri delle
spese per portare a termine l'opera. Appena ultimata la
lanterna, l'edificio comincia a presentare segni di cedimento
strutturale, tanto che nel 1575, a un anno dalla morte
del Vasari, Bartolomeo Ammannati (Settignano 1511 - Firenze
1592) deve intervenire per il consolidamento della cupola.
Egli lavorerà anche al completamento interno della
basilica, che nel 1576 si può dire quasi conclusa;
nel 1579, sotto la sua direzione, sarà traslato
l'affresco con la Madonna dell'Umiltà. A partire
dagli anni ottanta del Cinquecento si dà inizio
alla decorazione delle cappelle sotto il patronato delle
maggiori famiglie pistoiesi, prima tra tutte quella Rospigliosi.
Nel 1654-1655, Alfonso Parigi il Giovane (Firenze ? -
ivi 1656) viene incaricato di eseguire il portale principale,
che non sembra, apparentemente, incluso in un progetto
di sistemazione dell'intera facciata. A partire dal 1723,
voci allarmistiche sul possibile crollo della cupola del
vestibolo determinano una serie di verifiche sulla staticità
dell'architettura, che culmineranno in un intervento di
consolidamento. Al termine dei lavori, si procede alla
decorazione dei portali dello stesso vestibolo, affidandone
l'esecuzione a Antonio Galli Bibiena (Parma 1700 - Mantova
1774); è, questo, l'ultimo intervento significativo
nella costruzione della basilica. Intorno alla metà
dell'Ottocento, problemi inerenti - ancora una volta -
alla staticità dell'edificio determinano nuovi
lavori di consolidamento. Inoltre il forte degrado in
cui sono caduti gli apparati decorativi delle cappelle
costringe a interventi di restauro, iniziati nel 1874
e terminati dopo due anni.
La facciata si presenta a filari irregolari di pietre
con tetto a doppio spiovente. Essa è decorata solamente
dal portale eseguito alla metà del Cinquecento
dal Parigi, ed è caratterizzato da un forte aggetto
della cornice che circonda l'ingresso e che fa apparire
le due colonne corinzie, poste ai lati, parzialmente incassate.
I due pilastri con nicchie, a fianco del portale, sono
ciò che resta di un progetto seicentesco della
facciata mai completamente realizzato e di cui non conosciamo
l'autore. Sui due lati corti del vestibolo si aprono altri
due portali. L'ottagono sormontato dalla cupola presenta
un rivestimento a laterizi e costoloni in pietra. Al Vasari
spettano alcune modifiche al progetto originario tra cui
il rialzo del tamburo d'imposta e la trasformazione del
profilo a sesto acuto della cupola in semicircolare. Il
modello a cui si è ispirato l'architetto è
manifestamente la cupola di Santa Maria del Fiore, ma
nell'interpretazione che di essa aveva dato Michelangelo
nella Basilica di San Pietro.
L'interno presenta un ampio vestibolo con cupola centrale
e volta a botte le cui nervature si uniscono idealmente
alle lesene delle pareti sottostanti. Tutta la copertura
è rivestita di lacunari decorati da fiori, e negli
spicchi della cupola sono collocate quattro valve di conchiglia.
Marmo rosso di Musummano è stato impiegato per
il fregio della trabeazione, i quattro spicchi della cupola
e il dossale dei sedili che corrono lungo tutta la lunghezza
del vestibolo. Su questo si affacciano tre portali disegnati
dal Bibiena, i quali si presentano quasi punto di equilibrio,
direi di compostezza, tra influenze cinquecentesche e
barocche.
L'ottagono ha la parte bassa delle pareti traforata da
sei cappelle radiali, mentre sul lato opposto all'ingresso
si trova la scarsella, da cui si accede alla sacrestia.
Gli archi d'ingresso alle cappelle sono fiancheggiati
da due lesene che sorreggono una trabeazione, al di sopra
della quale si trova riprodotto su due piani lo stesso
motivo della coppia di lesene, qui inframmezzate da una
bifora. Nella progettazione della tribuna il Sangallo
ha guardato al Battistero fiorentino del quale riproduce,
oltre alla forma ottagonale, la scarsella e il matroneo
che corre dietro le bifore. L'attico del Vasari mostra
invece una chiara derivazione michelangiolesca, per il
carattere anti-normativo della sua architettura.
Museo Rospigliosi
L'edificio, che presenta evidenti segni di interventi
cinquecenteschi, sorge sull'area della prima cinta di
mura urbane ed è costituito dall'aggregazione di
vari fabbricati, il più antico dei quali. confinante
con la Cattedrale, è ancora ben visibile. L'elemento
architettonico più significativo, perfettamente
in linea con i modelli del tardo manierismo fiorentino,
è costituito dal portale di ingresso, sormontato
dallo stemma dei Rospigliosi, che si apre sulla Ripa del
Sale con un'elegante scala a doppia rampa. Il palazzo
fu acquistato dal capitano Giovan Battista Rospigliosi
(1511-1566), detto Bati, alla metà del XVI secolo.
La famiglia di Bati Rospigliosi, confluita poi nei Sozzifanti,
che dal 1831 ne acquistarono il cognome e l'eredità,
conservò sempre la residenza in questo palazzo,
che l'ultimo discendente, Clemente, morto nel 1981, lasciò
alla
Cattedrale di Pistoia, con l'onere di destinare perpetuamente
a Museo l'appartamento situato al primo piano e denominato
"di papa Clemente IX".
Secondo
una tradizione locale, tuttavia non confermata da alcun
documento storico, il papa pistoiese, al secolo Giulio
Rospigliosi, avrebbe soggiornato almeno una volta in quelle
stanze, dormendo nel grande letto a baldacchino che ancora
si conserva tra le pareti tappezzate di damasco, i soffitti
a cassettoni, gli affreschi del Sei e Settecento che decorano
in alto alcune pareti e la volta dello stanzino attiguo
alla camera. I proprietari del palazzo della Ripa del
Sale vissero sempre a
Pistoia, mentre un altro ramo della
famiglia, che aveva la sua residenza nel palazzo di via
del Duca, si trasferì a Roma in occasione del pontificato
di Clemente IX ( 1667-1669) e qui prese dimora, imparentandosi
con i Pallavicini di Genova.
Palazzo Rospigliosi
Via Ripa del Sale, 3 - 51100 -
PISTOIA
Tel. 057328740
Visite guidate a cura della Sezione Didattica del Museo
Civico
Orario:
Feriale 10 - 13 e 15 - 18.
Lunedì e festivi chiuso. Aperto la 2^ Domenica
del mese
10 - 13 e 15 - 18

Nei tre ampi locali contigui alle sale
monumentali dell'appartamento Rospigliosi, trova oggi
posto il nuovo Museo della Diocesi di
Pistoia. Il precedente
(1968) era collocato nei locali del Palazzo Vescovile
di via Puccini. Il Museo ospita oggetti ed arredi sacri
provenienti da tutto il territorio della Diocesi pistoiese,
con una scelta che segue un criterio non solo qualitativo,
per il loro valore storico artistico, ma anche di sicurezza.
Il nuovo allestimento entro grandi teche non prevede una
esposizione rigida: intorno ad un nucleo stabile di oggetti,
se ne alternano altri, sempre diversi, secondo le specifiche
esigenze (chiese restate prive di custodia, condizioni
climatico-ambientali deteriorate). La campionatura di
arredi è particolarmente completa e significativa
dei mutamenti di stile attraverso i secoli e delle più
svariate tipologie di oggetti, che testimoniano delle
molteplici esigenze di uso, di culto, di decoro della
comunità ecclesiastica. Vi si trovano pezzi di
rara e raffinata tecnica come la Croce in bronzo di manifattura
di Limóges del XIII secolo, proveniente da San
Michele a Baggio e le più antiche Croci astili
umbro-toscane, del XII - XIII secolo, da San Pietro a
Albano e San Michele in Cioncio; oppure lo Scrigno in
rame dorato, decorato da smalti, opera senese dei primi
del Trecento, proveniente da Santo Stefano a Serravalle;
inoltre notevoli calici e turiboli in bronzo e rame dorato,
del XIV e XV secolo. Altre croci di epoca più avanzata,
in argento, da quella proveniente dalla chiesa dei SS.
Maria e Leonardo a Serra, attribuita all'orafo lucchese
Francesco Marti (XV-XVI secolo), a quella di stile manierista
di Santa Maria Assunta a Masiano, testimoniano l'evoluzione
della tipologia verso forme più elaborate.
E
ancora calici; ostensori e turiboli dei secoli XVII e
XVIII completano il panorama, fino a comprendere alcuni
pezzi significativi di gusto neoclassico. Sono esposti
inoltre dipinti su tavola del XIV al XVI secolo, fra cui
una Madonna in trono del Trecento, da Santa Maria a Faltognano
a due notevoli Sacre Conversazioni di Bernardino del Signoraccio,
da Porciano e da San Felice, e sculture, come la Vergine
orante, in terracotta dipinta, opera affine allo stile
di Matteo Civitali, databile intorno al 1460 - 70.
L'esposizione comprende anche esemplari di tessuti e parati
sacri, in particolare due Pianete, con decorazioni "bizarre",
dell'inizio del XVIII secolo, provenienti da San Donato
a Momigno.
Palazzo Rospigliosi
Via Ripa del Sale, 3 - 51100 - PISTOIA
Tel. 057328740
Visite guidate a cura della Sezione Didattica del Museo
Civico
Orario:
Da martedì a sabato 10/13; martedì, giovedì,venerdì16/19.
Chiuso lunedì