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Certosa del Galluzzo di Firenze

Il complesso monumentale della Certosa del Galluzzo di Firenze è situato sulla sommità di Monte Acuto, detto anche “Monte Santo”, un colle di forma conica situato nelle vicinanze dell’abitato del Galluzzo.


Certosa di Firenze - Certosa GalluzzoIl complesso monumentale è situato sulla sommità di Monte Acuto, detto anche “Monte Santo”, un colle di forma conica situato nelle vicinanze dell’abitato del Galluzzo, paese a sud di Firenze.
«Il monastero […] s’innalza maestoso nella parte più elevata del colle, presentando dal lato di Firenze una alta e semicircolare cinta di mura sulla quale poggiano le isolate casette dei monaci; a levante appare l’antico e bruno palagio destinato già ad uso di collegio (questo palagio che all’esterno presenta due ordini di finestroni, apparisce all’interno incompiuto ed ha servito e serve tuttora ad uso di magazzino di legnami ed altro); da mezzogiorno è il prospetto della chiesa e da ponente è un alto fabbricato dove sono la foresteria, il quartiere priorale, ecc.» (Carocci, p. 99).
Il complesso monastico fu voluto da Niccolò Acciaioli (1310-1365), personaggio di spicco dell’ambiente politico ed economico trecentesco. Appartenente ad una delle famiglie di banchieri più ricche di Firenze, raggiunse l’apice del potere nel Regno di Napoli, presso la corte angioina. Qui fu nominato Gran Siniscalco del Regno e Viceré di Puglia, e controllò gli affari e la politica dello stato per lungo tempo.
I primi documenti in cui Niccolò esprime la volontà di fondare un monastero dedicato a San Lorenzo Martire, risalgono al 1338, quando stilò il suo primo testamento, prima della partenza per una spedizione in Morea al seguito di Caterina di Valois-Taranto. Nei passi del testamento è esplicita la preferenza per l’ordine certosino, atteggiamento dovuto ai suoi stretti rapporti con la corte angioina. Infatti quando Niccolò era partito da Firenze, in Toscana era stata fondata una sola certosa: quella di Maggiano, vicino a Siena (1314); invece gli Angioini dettero un grosso impulso alla diffusione dell’ordine certosino, finanziando la costruzione di varie certose nel Regno. Seguendo l’esempio di questi, Niccolò Acciaioli, che varie volte aveva beneficato la Certosa di San Martino a Napoli, decise di fondarne una anche nella sua città natale. Bisogna tener conto, inoltre, del notevole prestigio che l’edificazione di una certosa conferiva sia nell’ambito della corte angioina che in quello della corte pontificia.
Alla fine del 1341, dopo il rientro dalla Grecia, Niccolò si recò a Firenze per una missione diplomatica affidatagli da Re Roberto d’Angiò. Fu durante questo soggiorno che fu stilata la carta di donazione delle terre su cui doveva sorgere il monastero e le rendite necessarie sia per la costruzione del complesso che per la sopravvivenza dei monaci. Il documento fu redatto l’8 febbraio 1342 nel Monastero degli Angeli a Firenze, alla presenza di vari testimoni; la donazione venne assegnata a due rappresentanti dell’ordine: dom Giovanni, priore della Certosa di Maggiano (Siena) e a dom Galgano, priore della Certosa di San Girolamo (Bologna).
Nel documento vengono esposti i caratteri essenziali del complesso architettonico. Si tratta della descrizione di un tipico monastero certosino, che doveva accogliere 12 monaci, un priore e un piccolo gruppo di conversi. Vista la vicinanza alla città, le terre assegnate alla Certosa non sono molto estese, ma sufficienti a garantire la vita della comunità. Proprio la sua posizione, anomala e originale rispetto a quella delle certose costruite fino a questo periodo, distingue il monastero fiorentino e il suo impianto dalle altre.
Il luogo fu scelto perché la posizione elevata del monastero e la presenza ai piedi della collina dei due torrenti, la Greve e l’Ema, garantivano l’isolamento necessario alle regole di vita della comunità certosina. Inoltre, visto che dalla cima della collina si dominavano le vallate circostanti, era un luogo ideale anche dal punto di vista difensivo: la costruzione, arroccata nel punto più alto, sarebbe risultata facilmente difendibile dalle frequenti incursioni degli eserciti impegnati nelle continue guerre che Firenze sosteneva contro le città e gli stati vicini.

Certosa del Galluzzo di FirenzeIL PIAZZALE E LA CHIESA
La superficie limitata a disposizione, costrinse la comunità a costruire la chiesa e i locali limitrofi sulla roccia del colle, mentre la maggior parte degli edifici della certosa furono realizzati grazie alla edificazione di massicci e imponenti muri di contenimento e bastioni, che circondano tutto il complesso. In questo modo, grazie alla dislocazione su più livelli dei vari locali, riuscirono ad ottenere la superficie necessaria per il posizionamento dei nuclei principali della certosa. La conformazione geologica del colle permise inoltre che il materiale necessario alla costruzione dell’opera fosse cavato direttamente in loco.
Nell’atto Niccolò riconobbe l’autonomia dei monaci, per quanto riguardava la scelta dei caratteri architettonici della costruzione; le indicazioni presenti infatti rispecchiano fedelmente lo schema tipico delle certose, che nel Trecento aveva raggiunto una notevole regolarità. In questo periodo vi furono molte fondazioni e coloro che si occupavano della direzione dei cantieri erano, nella gran parte dei casi, monaci che si spostavano da certosa a certosa per far sì che venissero rispettati gli schemi richiesti dall’ordine. In linea di massima si trattava di trovare una combinazione che si adattasse al terreno a disposizione per i tre nuclei del monastero: i due chiostri e la chiesa.
Gli assidui finanziamenti di Niccolò Acciaioli e la sua volontà di rispettare le esigenze e le tradizioni dell’ordine certosino, garantirono ai monaci la possibilità di realizzare un progetto unitario e completo.

PINACOTECA ACCIAIOLI
Dai documenti dell’epoca risulta che i lavori al monastero procedevano senza grossi problemi. Molte notizie interessanti sui lavori e sul progetto della certosa si leggono nelle lettere del fondatore, soprattutto in quelle scritte dal 1353 al 1362. Niccolò si occupò e si preoccupò sempre della certosa anche nei momenti meno felici e in cui aveva maggiori problemi finanziari. Il monastero rappresentava per lui uno stretto legame con la sua città natale, oltre che un simbolo della sua generosità e un mezzo per salvare la propria anima.
Alla morte di Niccolò Acciaioli (1365) la Certosa era quasi completa in tutta la sua struttura; la comunità religiosa eseguì solo le volontà testamentarie (testamento del 1359) che interessavano la vita monastica: realizzarono la cappella delle reliquie, finirono la cappella e le tombe degli Acciaioli e ingrandirono il Chiostro grande. Invece lasciarono inattuate quelle volontà che avrebbero favorito attività secolari e che avrebbero interferito con la vita claustrale degli eremiti.

SALA DEL COLLOQUIO
La maggior parte dei finanziamenti per la costruzione della Certosa era dovuta a Niccolò Acciaioli, quindi dopo la sua morte le sovvenzioni esterne cessarono; i figli non poterono seguire l’esempio paterno, in quanto, non più sostenuti dall’aiuto del padre, caddero ben presto in disgrazia. Gran parte delle ricchezze, accumulate nel monastero grazie a lasciti di componenti della famiglia Acciaioli e di ricchi fiorentini, furono utilizzate per l’acquisto di case e terre; nei libri memoriali non si riscontrano spese per attività edilizie. Tutto ciò conferma l’ipotesi che la Certosa dovesse essere pressoché completa e che la costruzione degli edifici principali fosse terminata.

Certosa di Firenze - Certosa GalluzzoCHIOSTRINO DEI MONACI
Nonostante ciò, il complesso monasteriale fu sottoposto ben presto a nuove modifiche e ampliamenti, tendenti ad arricchirlo e da aumentare la sua monumentalità. Nel Rinascimento, infatti, vennero realizzati quegli interventi che contribuirono a creare l’aspetto e la conformazione definitiva della Certosa, poche sono infatti le strutture trecentesche rimaste, come si vedrà nell’illustrazione dei singoli ambienti.
Il monastero subì grosse modifiche nelle sue parti principali in quanto i monaci desideravano adattare gli edifici del complesso ai nuovi canoni estetici dominanti, visto che non erano più costretti a rispettare minuziosamente le rigide imposizioni delle Consuetudines. Grazie ad una serie di priori illuminati e molto legati ai circoli culturali umanisti dell’epoca, la Certosa poté arricchirsi di notevoli opere d’arte e acquisire la maestosità e l’aspetto armonioso che ancora oggi la contraddistingue.

SALA CAPITOLARE
Durante il XV secolo fu ricostruito interamente il chiostro grande, mentre nel XVI secolo fu sistemata tutta la zona di entrata al monastero (i due scaloni, la foresteria, il piazzale della chiesa). La cronologia dei lavori edilizi è ricostruibile grazie alle testimonianze dei documenti del monastero, tra i quali: Libri di Memorie, Libri di Entrata e Uscita e Debitori-Creditori.
Durante il XVII e il XVIII secolo i monaci si occuparono prevalentemente della manutenzione e dell’abbellimento del complesso monumentale. Molti sono gli arredi e le opere d’arte che furono commissionate in questo periodo ad artigiani ed artisti sia fiorentini che di altre città.

LE CELLE DEI MONACI
Il patrimonio pittorico e decorativo, una volta abbondantissimo come risulta dalle ricerche archivistiche, è oggi relativo, a causa di ripetuti saccheggi e trafugamenti. Infatti la Certosa rimase di proprietà dell’Ordine certosino fino all’ottobre del 1810, quando per volontà di Napoleone, vi furono trasferiti centocinquanta fanti francesi. Dopo la restaurazione del Granducato di Toscana (1819), i monaci poterono rientrare nel monastero e ottennero che varie opere d’arte fossero ricollocate nelle loro sedi primitive.
Da questo momento cominciò un nuovo periodo di interventi edilizi volti al restauro e alla conservazione del complesso monumentale, i quali si intensificarono dopo il 1866, anno in cui lo Stato Italiano entrò in possesso della Certosa. Le opere di restauro più importanti furono effettuate in due periodi: alla fine dell’ottocento, a seguito del terremoto del 1895, che distrusse parte del chiostro; e alla fine degli anni cinquanta, quando la Soprintendenza di Firenze organizzò un generale e completo restauro, seguito dall’arch. G. Morozzi, dell’intero complesso.
Questo ultimo interventi fu favorito anche dalla partenza dei Certosini, ai quali subentrarono i Cistercensi della congregazione di Casamari. Questa comunità, grazie alla propria regola monastica, ha potuto rendere il monastero più accessibile al mondo esterno e agli amanti della cultura e dell’arte.


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